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illonfo83
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Mancavano un buon venti minuti a casa, ma non le dispiaceva affatto. Il paesaggio notturno era un qualcosa di surreale, il solo rumore prodotto dai sassolini schiacciati dalle rigide suole dei suoi Dr. Martens disturbava il sepolcrale silenzio della campagna. Non si sentiva un grillo, una cicala, ma pensò che fosse normale dato lo spesso strato di brina che ricopriva impeccabilmente ogni ciuffo d'erba nei prati circostanti, come uno strato di cellophane che avvolga un panino nel modo migliore possibile. Nel modo più ideale, utopico. Quel silenzio però era il benvenuto nel suo angolo di mondo, nella piccola porzione di spazio-tempo che, volente o nolente, lei si trovava ad occupare in quella fredda notte di fine ottobre. Quel silenzio la abbracciava, la capiva, e lasciava che tutti i pensieri che le pressavano le ossa parietali, quasi al punto da incrinarle, potessero fluire ad di fuori della sua testa. Senza fretta e quasi senza dolore. L'unica fonte di luce che osasse fendere la pesante oscurità della campagna proveniva dai gelidi astri che, col loro sguardo distante, controllavano ogni suo movimento. Quelle entità celestiali parevano volerla privare di ogni intimità, di ogni sorta di autostima che lei avesse accumulato in questi caotici vent'anni di vita. Già ci si immaginava, presa prigioniera dai loro raggi evanescenti, completamente nuda. Non un cappotto per lenire il morso del freddo, non un singolo pezzo di stoffa in cui nascondere i suoi segreti. Mentre percorreva quella sterrata senza un curva, sentiva il loro sguardo pesante sulle spalle. Stava infatti domandandosi se fosse l'unica a provare tale disagio al cospetto di quei giganti gassosi, appesi, chissà come, così in alto nel cielo. Le sembravano talmente alti che, ci avrebbe giurato, neanche con un milione di scale avrebbe potuto toccare la loro candida superficie. Sicuramente chi aveva messo tutte quelle stelle lassù doveva avere a disposizione un qualche tipo di tecnologia, un qualcosa che le persone comuni non possono decisamente permettersi nemmeno aprendo un mutuo. E pensare che lei aveva dovuto fare i weekend in pizzeria, per permettersi di studiare in una scuola che, dopotutto, faceva anche schifo. Chissà, magari le stelle facevano questo effetto a tutti, quando si camminava alle tre e quarantadue di un mercoledì notte (o giovedì mattina, che dir si voglia), soli, in pieno autunno, in gonna corta e giacchetto in similpelle. Non ebbe il tempo di formulare una risposta convincente, perché il flusso dei suoi pensieri fu troncato dal bubolare di un gufo. Sentì un brivido freddo correrle lungo la spina dorsale, prevedibile. Sprofondò il mento nella gelida pelle finta del colletto della giacca, il tipico pattern della pelle d'oca andò rapidamente a delinearsi sulle sue gambe così esposte ed indifese. Accelerò visibilmente l'andatura. Sarà meglio che mi sbrighi, pensò, non vorrei infastidire le stelle.